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Traduzione Poetiche

da "In the Clearing" di Robert Frost

tradotte da Francesco Lombardo

 

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BACCELLO DI ASCLEPIADE

 

Chiamare tutte le farfalle di ogni specie
dalla sorgente sconosciuta ma da nessun luogo particolare
alle loro vite sempre torneranno,
perché diversamente dalle api non hanno alveare,
proprio alla mia porta l’asclepiade alleva
il tema della grande landa deserta nella pace e nella guerra
come mai è stato prima per me.
E sembra così lo spuntare di un fiore
che dovrebbe essere deriso e poi goduto.
Le ali senza numero che dall’infinito
fanno su di lui un tale scompiglio silenzioso
non creano dubbio con il loro colore
compensano ciò che all’erbaccia incolore manca dell’ornato.
Per la sciattona è il più tenero bisogna ammetterlo.
E sì, sebbene è un fiore che si versa
in latte e miele, è un latte amaro,
come sa chiunque abbia spezzato il suo stelo
e ardisca gustare un po’ la ferita.
Ha un sapore come se fosse oppio
ma può secernere qualsiasi altra cosa,
il miele estratto dai suoi fiori è tanto dolce
che le farfalle ne escono pazze.
Il suo succo per loro non è soporifero.
L’una spinge via l’altra da dove è avvinghiata.
L’una con l’altra si tingono le ali con il polline
sino a saziare ogni voglia.
Sollevano nella loro ingordigia una nuvola
di polvere di fiori e farfalle
che galleggia percettibilmente nell’ambiente.
Nell’essere dolce per queste effimere
la sobria malerba è riuscita a trovare
nei nostri trecentosessantacinque giorni
un giorno così dolce per queste creature per restare in vita.
Molte vogliono allontanarsi come use alla lotta
consumate e cosparse delle loro regalìe,
alle quali allo spuntar del giorno erano appena nate,
come dopo uno dei loro proverbiali fiaschi
come per es. aver sbattuto tutto il giorno invano
contro il lato sbagliato di una finestra.

Ma perdita vi fu della sostanza del progetto.
E tutto il bene che fecero per l’uomo o la divinità
a tutti quei fiori che calcarono con passione
fu lasciare come loro posterità un baccello
con un’eredità di sogno inquieto.
Si aggrappa lui sottosopra con piede ad artiglio
e per di più in una posa da inquisitore
come un parrocchetto guatemalteco.
Qualcosa gli sfugge. È da mangiare?
Qualche oscuro segreto del bene perduto?
Quasi lo ha nei suoi artigli.
Dove quei fiori e quelle farfalle sono andate
che la scienza abbia giocato col futuro?
Vorrebbe dire la ragione perché così
verrebbe al niente e dovrebbe essere onestamente scoperto.

 

 

[IN INVERNO NEL BOSCO…]

 

In inverno nel bosco    solo
contro gli alberi    io vado.
Incido un acero   con il mio nome
e lascio l’acero triste.

Alle quattro in punto metto l’ascia in spalla,
e nel tramonto
faccio un solco di strisce indistinte
sulla neve colorata.

Non vedo nessun peccato contro Natura
nell’abbattere un albero
o contro me stesso nel rifiuto
di un altro colpo mortale.

 

 

PER JOHN F. KENNEDY
AL SUO INSEDIAMENTO
Dono senza riserve da “Il regalo puro e semplice”
(Con un po’ di storia introduttiva in rima)

 

L’invito ad artisti di partecipare
a celebrazioni così importanti della Nazione
sembra ad essi qualcosa da dover onorare.
Oggi è per me il giorno dei giorni.
E potrebbe essere l’elogio all’antica della poesia
che è stata la prima a pensarla così.
I versi che porto in ringraziamento
vanno indietro all’inizio della fine
di quello che è stato per secoli il trend;
un punto di svolta nella storia moderna.
Fu coloniale questa disputa e fu
tanto lungo quanto serio capire
quale nazione sarebbe stata la prima a dominare
per temperamento, lingua, caratteristiche innate,
il mondo nuovo che Cristoforo Colombo scoprì.
Il francese, lo spagnolo, il tedesco furono mandati ko.
Imprese eroiche furono compiute.
Elisabetta I e l’Inghilterra furono battute anche.
Cominciò un nuovo ordine dei tempi
che nelle leggende della nostra fondazione
(non è scritto sulle ricevute
che noi mandiamo avanti denaro e tasche?)
Dio approva la nostra bontà.
Questi eroi conobbero e capirono così tanto —
voglio dire i quattro, Washington,
John Adams, Jefferson e Madison —
sì tanto sapevano quasi come profeti consacrati
devono aver visto prima quel che oggi accade:
abbatterono imperi soltanto con la parola
e l’esempio della nostra Dichiarazione d’Indipendenza
facendo desiderare a ognuno di essere una nazione.
Questa non è una barzelletta aristocratica
alle spese dell’insignificante popolo.
Vediamo come le classi sociali sul serio fremono
nel loro tentativo di sovranità e governo.
Sono la nostra guardia che tra noi pensiamo come nostra estensione
nei tempi futuri e con il loro consenso,
per insegnarle cosa significa Democrazia.
“Nuovo ordine dei tempi” dicevamo?
Se oggi sembra che nessuno sia molto ligio,
è una confusione che fu nostra all’inizio
in essa dobbiamo avere coraggio.
Nessuno di onesto sentire approverebbe
un governante che pretendesse di non amare
una sommossa in cui avesse la meglio.
Tutti conoscono la gloria dei due
che diedero all’America l’aeroplano
per cavalcare il vento e l’uragano.
Qualche povero sciocco sta dicendo in cuor suo
che la gloria è fuori moda nell’arte e nella vita.
L’avventura della rivoluzione e dell’esilio
ha giustificato se stessa nella storia della libertà
giusto ora gloria su gloria.             
Spunta di nuovo da un’elezione come l’ultima,
il più importante voto che un popolo abbia mai espresso,
così unitario e sicuro da rispettare,
non è un miracolo i nostri modi sono nobili.
Il coraggio è nell’aria nelle sferzate tonificanti
meglio di tutti i ma e i se di un punto morto.
C’era un libro sugli uomini illustri che sosteneva
per i politici audaci da incoraggiare
di rompere con i seguaci che erano nel torto,
una salutare indipendenza per il popolo,
una forma democratica di diritto divino
per governare il primo responsabile all’alto disegno.
La vita chiama il più piccolo per il più severo,
il più coraggioso per chi guadagna, impara, desidera.
Meno biasimo per le beghe di campanile
e più pensiero per lo sport.
Esso fa di noi dei profeti che presentono
la gloria di una prossima età augustea
di un potere che comanda con il suo orgoglio e la sua forza,
di giovani aspirazioni desiderose di essere provate,
saldi nelle nostre credenze senza scoraggiarci,
in ogni partita che i nostri Stati vorranno affrontare.
Un’età dell’oro di poesia e potere
di cui questo mezzogiorno è l’ora d’inizio.

 

 

LA MIA FARFALLA

Anche i tuoi teneri competitivi fiori sono morti,
e il tuo matto assalitore solare,
che ti ha spaventata così spesso, è fuggito o morto:
solo me salva
(né è triste per te!) –
salva solo me
né è rimasto ad affliggerti nessuno nei campi.

Scarso è il fieno macchiato di neve;
le sue due balle non hanno bloccato il fiume;
ma è stato tanto tempo fa –
sembra da sempre –
da quando ho visto il tuo sguardo la prima volta,
tra tutti gli altri tuoi abbaglianti,
in arioso amoreggiamento,
cadere nell’amore,
buttato, imbrogliato, girato e rigirato,
come una ghirlanda di rose sfiorita in un ballo di fate.

Quando successe questo, la dolce nebbia
del rimorso non si posò su tutta la campagna,
ed ero felice per te,
e per me, lo sapevo.

Tu non sapevi, chi vacillasse, errando in alto,
che il fato ti aveva creata per il piacere del vento,
con grandi vaghe ali,
né lo sapevo io.

E c’erano altre cose:
sembrava che Dio ti avesse lasciata volar via dalla sua mano gentile,
poi impaurito ti avesse lasciata volare
troppo lontano da Lui per essere ripresa,
ti riacciuffò, subito, con rude gesto.

Ah! Mi ricordo
come una volta l’intesa era normale
nella mia vita –
la sua apatia e il tenero fantasticare;
ondeggiando, i fili d’erba mi facevano venire il capogiro,
il vento portava tre profumi,
e un fiore a gemma ondeggiava come un ramoscello!

Poi quando ero turbato
e non potevo parlare,
di sbieco, in pieno sulla faccia,
cosa avrebbe dovuto inveire quella brezza sprezzante
salvo che il tocco sfrontato della tua ala grigio colorata!

Ho trovato quell’ala rotta oggi!
Per la tua arte morta, dicevo,
e dicono gli strambi tordi.
Con le foglie avvizzite sotto
la grondaia l’ho trovata.